Delhi: non solo di passaggio (Parte 1)
Delhi e’ una citta’ talvolta ingiustamente snobbata da coloro che viaggiano in India. Viene come vissuta “per forza”, quasi fosse un passaggio obbligato, arrivando al suo aeroporto notoriamente malandato. In verita’ credo sia una citta’ che meriti piu’ di quanto possa sembrare. Certo, non ha la piacevole adrenalina di altre capitali asiatiche come Bangkok, l’effervescenza di Bombay, il fascino evocativo di Calcutta.
E’ probabilmente meno peculiarmente indiana delle ultime due citate, senz’altro meno peculiarmente hindu. E’ stata difatti concepita, in primo luogo, come capitale dell’India islamica (Vecchia Delhi) subentrando ad Agra, nel diciassettesimo secolo, come centro principale dell’impero moghul. In un secondo momento come capitale (Nuova Delhi) del british raj, della “sezione indiana” del commonwealth britannico subentrando, in questo caso, a Calcutta. Era il 1931. Sedici anni dopo e’ diventata la capitale dell’India indipendente.
Vecchia Delhi e Nuova Delhi sono abbastanza diverse: “viuzze, piazzuole, moschee” e piccoli e grandi mercati-bazar la prima, viali alberati, strade larghe e comode e bei quartieri residenziali (accanto ad altri piu’ popolari) la seconda.
Vecchia Delhi e Nuova Delhi, tuttavia, sono facilmente identificabili con un unico tessuto urbano, sfumando armoniosamente l’una nell’altra.
Cosa vedere
Per far si’ che la visita a Delhi offra una buona finestra sulla complessiva cultura indiana e’ d’obbligo una visita al National Museum (che ha due omologhi nell’Indian Museum di Calcutta ed il Prince of Wales Museum di Bombay). In una mattinata si puo’ avere un assaggio della preistoria, la storia, l’antropologia e l’arte (in particolare scultoria e miniaturistica) dell’intero subcontinente. Non molto distante dal museo la Safdarjang’s Tomb, mausoleo settecentesco: una delle ultime espressioni dell’architettura moghul.
Per un’espressione architettonica piu’ antica merita di essere segnalato il mausoleo di Humayun (Humayun’s Tomb), ritoccato nel tempo per avvicinarlo all’ideale estetico del Taj Mahal di Agra, realizzato (il Taj Mahal)per ordine dell’imperatore moghul Shah Jahan e definito dal poeta bengalese Rabindranath Tagore “una lacrima sul viso dell’eternita’”.
Allo stesso Shah Jahan si deve la realizzazione del Forte Rosso (Lal Qila) di Delhi, ultimato nel 1648 e da cui avrebbe successivamente amministrato l’impero il figlio Aurangzeb. Le mura del Forte Rosso si estendono per circa due chilometri e contengono le vestigia, in buono stato, di diversi edifici imperiali. Certo, ci vuole un po’ di immaginazione per vedere gli stessi edifici ricoperti di oro, argento e pietre preziose (oggi ne rimangono gli “scheletri” in marmo e pietra rossa), i giardini lussureggianti percorsi da canali di acqua limpida (oggi tristemente asciutti) che portava refrigerio sin negli interni opulenti. Uno dei fabbricati del Forte Rosso e’ adibito a piccolo museo, dove e’ possibile ritrovare alcuni oggetti del quotidiano moghul.
Poco distante da Lal Qila la piu’ grande moschea dell’India: Jama Masjid che reca ancora la firma di Shah Jahan. Faticosa ma senz’altro edificante la “scalata” del minareto-sud da cui si gode una splendida vista della citta’ e delle mura del Forte.
Spostandosi nella zona meridionale e’ un altro minareto, il Qutb Minar, che merita una visita ed una piacevole sosta nei giardini che lo ospitano. La costruzione e’ iniziata alla fine del 1100, per celebrare la sconfitta dell’ultimo dominio hindu sulla citta’, rappresentando un bell’esempio di architettura “paleo-afghana”.
Di ritorno dal Qutb Minar verso il centro merita una sosta, all’imbrunire, l’India Gate, in stile quasi “neoclassico”, particolarmente amata dagli autoctoni pur non avendo la celebrita’ dell’omologa di Bombay.
Tratto da Vivere Altrimenti
Foto di mpnchar

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