Manuel Olivares 29 settembre 2009 08:00

Delhi: non solo di passaggio (Parte 2)

Dormire e mangiare
Forse ci sono piu’ alberghi a Delhi che in tutte le citta’ d’Italia messe insieme. Sono letteralmente migliaia. Il cuore di Nuova Delhi e’ Connaught Place, celebre per la razionalita’ della regia architettonica ed i moderni portici di negozi trendy, banche, ristoranti a volte pretenziosi ed alberghi spesso relativamente cari.
A chi volesse trattarsi proprio bene, nel cuore cittadino, consiglio l’Hotel Park (http://newdelhi.theparkhotels.com/), segnalando che costa oltre 200 dollari a notte. In particolare il ristorante dell’albergo (accessibile anche agli esterni) e’ degno di nota per la qualita’ della sua cucina. Personalmente lo prediligo per le colazioni, avendo un debole per la sua pasticceria.
Ovvio dire che si puo’ stare a Connaught Place anche spendendo meno, potendo addirittura scegliere guest-houses particolarmente economiche come la Ringo Guest-House e la Sunny Guest-House. Per questo rimando alla Lonely Planet o altra guida turistica.
L’alternativa economica a Connaught Place e’ Paharganj, frequentata soprattutto dai backpackers. La zona e’ abbastanza caotica ed affollata ma e’ particolarmente comoda per la vicinanza della stazione di New Delhi e ricca di ristoranti, oltre che di hotel, generalmente a costi contenuti.
Una formula “paraventa” puo’ essere: dormire in un hotel di medio livello in zona Pahar Ganj o Connaught Place, far colazione al Park Hotel, pranzare alla caffetteria del centro culturale italiano (accanto all’ambasciata, in zona Chanakyapuri) -ottimo cibo mediterraneo a prezzi ragionevoli- e per la cena non c’e’ che l’imbarazzo della scelta, essendo nutrita l’offerta dei ristoranti. Un paio di segnalazioni al riguardo: il Veda in zona Connaught Place, arredato in maniera piacevolmente kitch, per una buona cucina indiana ed il Ploof a Lodi Colony (central Delhi), piu’ trendy (e un po’ piu’ caro) per una buona cucina internazionale.

L’aria e l’odore di Delhi
Giuseppe Cederna, attore di cinema e teatro ed autore de Il grande viaggio -su percorsi himalayani- definisce l’aria di Delhi “densa come orzata” e ne descrive l’odore come “dolciastro di sciroppo e di corde che bruciano. L’odore vivo del decadimento, dei rifiuti, degli scarti. Delle trasformazioni.
Un inconfondibile fiume di odori che raccoglie fumo, smog, piante tropicali, latrina, palestra, scuola, cartoleria, mercato, immondezzaio, garage, bidis, terra, asfalto, fango”. E’ forse un odore che, come altri elementi peculiari della citta’, potrebbe andare sfumando data l’irruzione potente dell’India nella storia, la sua inevitabile, forse per certi versi auspicabile, occidentalizzazione. Delhi sta difatti diventando, in questi anni, una capitale ancora nuova: la capitale, insieme a Pechino (e per esteso a Bombay e Shangai), del secolo asiatico o, per riprendere il titolo dello splendido testo di Federico Rampini, dell’ “impero di Cindia”. Presa nel vortice potente del transeunte e’ dunque una citta’ che merita probabilmente di essere ancora “annusata” nella sua essenza profonda, prima che se ne perdano molte tracce nel dimenticatoio della storia.

Tratto da Vivere Altrimenti

Foto di Mskadu