Manuel Olivares 20 ottobre 2009 08:00

Calcutta: l’ombra del British Raj. (Parte 3)

Sono diversi i luoghi che meritano una visita a Calcutta. Sicuramente l’Indian Museum ed il Victoria Memorial, con una mostra permanente di acquerelli ed olii di artisti inglesi (ad esempio Thomas e William Daniell) che hanno soggiornato alcuni anni in India, tra la fine del ‘700 e la prima meta’ dell’800.
La Ramakrishna Mission, tuttavia, e’ l’espressione di una parte senz’altro illuminata della cultura religiosa bengalese ed una visita credo sia irrinunciabile.
Sri Ramakrishna nasce il 18 febbraio 1836 in un villaggio povero non distante da Calcutta. A 19 anni, avendo ottenuto appena una rudimentale scolarizzazione, diviene il bramino officiante nel tempio di Kali, nel sobborgo di Dakshineswar, a Calcutta. Per circa 11 anni si dedica a diverse sadhana (pratiche spirituali), arrivando ad avere l’esperienza dell’Advaita, di uno stato di coscienza al di la’ di ogni divisione tra soggetto pensante ed oggetto pensato, realta’ interiore e realta’ esterna. Non trascura poi di approfondire l’islam ed il cristianesimo, intuendo ed esperendo che i rispettivi sentieri spirituali possono condurlo allo stesso stato di grazia.
Diventa dunque un sostenitore dell’unita’ delle religioni, espressioni tutte della stessa verita’ spirituale. Simile approccio universalistico lo applica agli uomini ed alle donne, tutti e tutte uguale ricetto della divinita’ dunque ugualmente meritevoli di rispetto.
Ramakrishna muore nel 1886 dopo aver fondato l’ordine monastico Ramakrishna Math.
La Ramakrishna Mission, dove monaci del Ramakrishna Math e devoti laici collaborano a concretizzare gli ideali del maestro, vede la luce alcuni decenni piu’ tardi ad opera del piu’ importante discepolo del bramino di Dakshineswar, il gia’ citato Swami Vivekananda, morto nel 1902.
L’armonia tra le diverse religioni ed il servizio all’umanita’ come piu’ alta forma di espressione religiosa sono i due pilastri della Ramakrishna Mission, attiva nella realizzazione di ospedali ed interventi in situazioni di drammatica emergenza (il ciclone in Orissa nel 1999 o lo Tsunami nel dicembre 2004 per fare appena due esempi).
Gli insegnamenti di Ramakrishna non sono rimasti confinati a Calcutta, avendo ispirato 166 centri nel mondo, 124 dei quali in India.

Immancabile Flurys
In chiusura: dare alla gola l’importanza che merita. I coniugi Flurys fondano, nella seconda meta’ degli anni ‘20 (dunque in uno dei periodi migliori della citta’), l’omonima sala da the’. Questa diventa presto un luogo di ritrovo per persone di tutte le eta’ che vengono cosi’ introdotte a prelibatezze svizzere ed internazionali.
La fama di Flurys supera presto i confini cittadini ed anche quelli nazionali, probabilmente in virtu’ di quello che viene da molti considerato il migliore cioccolato svizzero al di fuori dei confini europei.
La sala da the’ di Park strett (al civico 18), nel centro di Calcutta, rimane ancora oggi un apprezzato luogo di ritrovo, data anche la rilassante atmosfera un po’ retro’ cui contribuiscono gli arredi anni ’30.
Oltre che per la buona pasticceria (in particolare i dolci al cioccolato), credo si possa consigliare Flurys per un pasto completo e per i buoni piatti di pesce e di crostacei.

Foto di asis k.chatt

Manuel Olivares 13 ottobre 2009 08:00

Calcutta: l’ombra del British Raj. (Parte 2)

La versione piu’ accreditata dell’origine di Calcutta vede un mercante inglese, Job Charnok, insediarsi sulla sponda est del fiume Hooghly, nel villaggio di Sutanuti, nel 1686, rimanendovi fino al momento della morte, sette anni piu’ tardi.
Job Charnok: si raccontano molte storie su di lui, ad esempio che salvo’ un vedova che stava per essere bruciata sulla pira del marito per poi sposarla. Si racconta anche che assunse diversi usi e costumi dei locali, integrandosi nel tessuto sociale bengalese. Viene ad esempio segnalato un albero alla cui base era solito sedersi, fumando la sua pipa e discutendo, spesso di affari, con gli autoctoni.
Secondo questa stessa versione, la data esatta della fondazioni di Calcutta e’ il 1698, quando i villaggi di Sutanuti, Gobindapur e Kolikata (da cui ha ripreso il nome originario la citta’: Kolkata) vengono affidati formalmente, dietro pagamento di una “pigione” annuale, alla British East India Company.
A quel punto gli inglesi, come hanno dato spesso prova di saper fare, si organizzano e, in poco tempo, vede la luce una “miniatura orientale” di Londra, con edifici pubblici, ampi boulevards, chiese e grandi giardini. A margine di tutto questo: slums sovraffollati lungo le rive dell’Hooghly, dove sopravvivono malamente i servitori indiani del British Raj.

Nel 1756 il nababbo di Murshidabad (Siraj-ud-daula) riprende possesso della citta’ (lo stesso nababbato aveva affidato agli inglesi i villaggi di Sutanuti, Gobindapur e Kolikata), imprigionando dozzine di membri dell’aristocrazia coloniale in una stanzetta sotto l’edificio militare inglese Fort William. Il mattino seguente circa 40 persone sono morte di asfissia. La tragedia viene tramandata negli anni seguenti come la storia del “buco nero di Calcutta”.
L’anno successivo la citta’ torna sotto il controllo inglese, divenendo la capitale ufficiale del British Raj.
Nel corso dell’ottocento, l’intellighentsia bengalese inizia ad alimentare un movimento nazionalista. La famiglia Tagore da’ al Bengala ed all’India diversi intellettuali di pregio tra cui il celebre poeta Rabindranath, premio nobel per la letteratura nel 1913.
Due anni dopo Rabindranath Tagore, agli inizi del 1863, nasce Narendra Nath Datta, successivamente conosciuto come Swami Vivekananda. All’eta’ di 30 anni rappresenta l’induismo nel Parlamento Mondiale delle Religioni ospitato nell’Art Institute di Chicago. Negli anni seguenti consolida la sua fama viaggiando e tenendo conferenze ed incontri in Occidente. Di ritorno in India nel 1897, diviene una sorta di icona dell’orgoglio nazionale bengalese.
La reazione inglese non si fa attendere a lungo. Il 16 ottobre 1905 il Bengala viene diviso con l’intento di limitare l’importanza di Calcutta bilanciandola con lo sviluppo di Dhaka (capitale dell’attuale Bangladesh), in una provincia a maggioranza musulmana.
I bengalesi reagiscono, a loro volta, con molte manifestazioni di protesta e la crescita dello swadeshi: la promozione commerciale dei prodotti locali (in opposizione a quelli di importazione o produzione inglese).

La crescita del movimento indipendentista spinge infine gli inglesi, nel 1912, a spostare la capitale a Delhi (per quanto tale spostamento diventera’ integralmente effettivo agli inizi degli anni ’30). In concomitanza inizia un periodo di prosperita’ ed espansione della citta’. Nel 1920 apre l’aeroporto mentre trasmissioni pubbliche da tutta l’India vengono trasmesse dalla radio cittadina. Le relazioni con gli inglesi non migliorano: Rabindranath Tagore rinuncia al grado di cavaliere, conferitogli dall’Inghilterra, per protestare contro il massacro di Amritsar (in Punjab) avvenuto, per mano inglese, nel 1919.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale inizia il periodo critico per la citta’. La fame decima la provincia mentre gli inglesi dirottano cibo ed altre risorse per lo sforzo bellico. Nel 1946, nel corso di una rivolta cittadina (il “giorno dell’azione diretta”, cosi’ chiamato dalla Lega Musulama) muoiono circa 100000 persone prima che Gandhi ed altri leaders politici riescano a riportare la pace.

L’anno successivo alla sanguinosa rivolta, l’India conquista l’indipendenza. Gli sforzi di Gandhi, tuttavia, non valgono a tenerla unita e la nascita dello stato musulmano del Pakistan (diviso in due sezioni, una ad Occidente corrispondente al Pakistan attuale ed una ad Oriente, corrispondente all’attuale Bangladesh) rappresenta uno dei momenti piu’ tragici nella storia del paese. In particolare in Punjab, le migrazioni di musulmani verso il Pakistan e degli hindu verso l’India degenerano in scontri terribilmente cruenti.
Anche a Calcutta la partizione ha un esito drammatico, nel momento in cui il flusso migratorio, con l’allora Pakistan dell’est, e’ praticamente unidirezionale. Circa 4 milioni di hindu si riversano nell’antica capitale rendendo invivibili i gia’ sovraffollati slums. Una seconda ondata di profughi, questa volta musulmani, arrivera’ nel 1971, nel corso della guerra indopakistana. A tutto questo si aggiunge il declino del porto della citta’ e la crisi economica che ne consegue.
Il nuovo millennio tuttavia, assieme al nome originario della citta’ -Kolkata- ha portato centri commerciali, cinema multisala, redistribuzione della popolazione, crescente benessere, in una parola: diverse ragioni per continuare a sperare.

Tratto da Vivere Altrimenti

Foto di Rita Willaert

Manuel Olivares 6 ottobre 2009 08:00

Calcutta: l’ombra del British Raj. (Parte 1)

Calcutta, piu’ di Nuova Delhi, e’ la “citta’ inglese” dell’India. E’ stato uno dei primi centri dell’India britannica e, crescendo con il potere inglese, e’ stata costantemente abbellita, rimanendo capitale del British Raj fino al 1930.
La “citta’ imperiale” [considerata per un certo periodo “la seconda citta’ dell’impero britannico”], in circa 200 anni di sviluppo, e’ diventata anche “ indiana” e -essendo al contempo un porto, un centro di affari e di governo, di formazione e cultura […]- una citta’ come nessun’altra in India.
A me, alla fine del 1962, dopo alcuni mesi in piccole citta’ del subcontinente e vita di provincia, Calcutta diede un immediato senso di metropoli […].
Ventisei anni dopo, la grandeur della “citta’ inglese”, con i larghi viali, le piazze, il folklore sulle rive del fiume Hooghly, gli spazi aperti, la disposizione dei palazzi e degli edifici pubblici, era ancora possibile coglierla, come una eco lontana, la notte, quando la ressa del giorno si era ritirata nei propri anfratti, per rigenerarsi in vista della sfibrante e tormentosa vacuita’ del giorno successivo.
(V.S. Naipaull, India, a million mutinies now, Vintage, London, 1998, pp. 281-282. Traduzione mia)

Calcutta oggi e’ un po’ un mélange degli antichi splendori e di circa un cinquantennio di orrida decadenza che le e’ valsa l’assimilazione al concetto stesso di “inferno metropolitano”: inquinato, sovraffollato e, per massima parte, povero o poverissimo.
Calcutta, nel periodo della guerra sino-indiana (primi anni ’60) e’ descritta, spaventosamente direi, nel best-seller di Dominique La Pierre La citta’ della gioia. Era la “citta’ estrema” che, per contrappasso, ha nutrito migliaia di volontari da tutto il mondo, spesso di matrice cristiana che nei suoi slums, nei suoi lebbrosari, nei suoi centri per morenti incontravano la sofferenza a viso aperto, l’hecce homo, gli spasimi di Gesu’ sulla croce. E’ stata una citta’ che in quegli anni ha raccolto tanto dando tanto, in termini umani, formando tanti apostoli di una coscienza allargata, ampliando gli orizzonti del rapporto interumano.
Calcutta oggi: anche a me da’ un immediato senso di metropoli, meno pretenziosa di Delhi, meno snob di Bombay. Credo sia la mia preferita, con i suoi buoni ristoranti a prezzi ragionevoli, i suoi parchi dove indugiano le coppiette preservate dal bigottismo imperante in India, le sue massaggerie camuffate da beauty parlours, la brillante cultura bengalese e la bella ombra del British Raj (governatorato inglese).
Calcutta colta e sensuale, una citta’ che sta rinascendo cavalcando forse con maggiore discrezione la vertiginosa -a tratti rovinosa- crescita del paese.

Tratto da Vivere Altrimenti

Foto di Rita Willaert