Napul’è (Parte 1)

Ci sono alcuni angoli del mondo in cui ci si sente semplicemente al proprio posto: Napoli per me è una seconda città, non so se perché ci ho vissuto in una vita precedente o perché mi ci trasferirò un giorno. Nonostante ormai la conosca abbastanza bene, ad ogni visita scopro qualcosa di nuovo e mi rassegno al fatto che dovrò tornare. E’ un po’ come il mal d’Africa, dopo un po’ si fa sentire.
Uno degli appuntamenti fissi di ogni viaggio a Napoli che si rispetti è il mio personalissimo itinerario gastronomico, che negli anni ha conosciuto piacevoli aggiunte, piccole limature ed aggiustamenti, ma dove esistono alcuni must che non cambiano mai.
Ad esempio mi è impossibile pensare a un soggiorno napoletano senza un adeguato rifornimento di paste allo Chalet di Ciro a Mergellina. Che non è la stessa cosa del ristorante, che non frequento molto. Lo chalet ha un sapore tutto diverso, mischiato alle casupole dei pescatori di Mergellina, che nessuno ha il coraggio di far sgomberare. Il sapore della colazione dei napoletani della domenica mattina, quando si fa scorta prima di andare al mare. U’ babà in tutte le sue declinazioni, la sfogliatella riccia, una zeppola (fritta per i più veraci, al forno per i salutisti - salutisti? Concetto sconosciuto a Napoli), una crostatina con le fragoline di bosco.
Durante i giorni lavorativi invece mi sento più a mio agio a fare colazione da Cimmino (quello in via Filangieri però, perché il bar di Posillipo non ha la stessa atmosfera, secondo me): sarei capace di prendere almeno tre caffè shakerati di seguito - che per una che non beve mai caffè non è poco.
Foto di Zingaro. I am a gipsy too.

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